Il quaderno degli appunti: domestication vs foreignization – un post di Federica Aceto

bivio

Il 12 ottobre prossimo si terrà a Firenze il seminario: “Adattare o non adattare. Domestication vs foreignization”. Abbiamo chiesto alla docente, Federica Aceto, di anticiparci qualcosa, in modo da entrare nella materia su cui lavoreremo in aula.

Buona lettura, e grazie Federica!

“In traduttologia si parla di domestication o addomesticamento di un testo quando le strategie e le scelte traduttive tendono a produrre un testo adattato della lingua e della cultura d’arrivo, in modi e misure che possono variare a seconda della tipologia del testo e della lingua e della cultura di partenza.

Per foreignization,  o estraniamento, si intende un approccio traduttivo che lasci trasparire la lingua e la cultura di provenienza. Questa scelta può manifestarsi in vari modi nel testo d’arrivo: con l’inserimento di note esplicative o glossari, lasciando nel testo parole o espressioni nella lingua originale.

Il primo a teorizzare in modo sistematico questi diversi approcci traduttivi è stato lo studioso e traduttore americano Lawerence Venuti, in libri quali The Translator’s Invisibility (1995) e The Scandals of Translation: Towards an Ethics of Difference (1988).

Questi sono concetti ampiamente discussi in traduttologia, ma di cui si tiene forse poco conto quando ci viene commissionata una traduzione. Oggi si dà per scontato che le scelte del traduttore debbano pendere nettamente dalla parte dell’addomesticamento, a prescindere dalla tipologia del testo e nonostante il fatto che questa strategia traduttiva abbia come conseguenza una perdita, nel testo d’arrivo, di parte dei significati che l’autore voleva veicolare.

Si parla spesso dell’invisibilità come di una delle doti principali di un bravo traduttore. L’invisibilità del traduttore è implicitamente una scelta di campo ben precisa in direzione della domestication. Ma l’invisibilità del traduttore ha un corollario imprescindibile: l’invisibilità del testo di partenza, il desiderio di far dimenticare al lettore che il libro che ha tra le mani è stato pensato e scritto in un’altra lingua. Ciò è particolarmente vero per quei testi in cui la lingua e la cultura di partenza hanno un ruolo fondamentale (giochi di parole, riferimenti culturali, specificità dialettali o regionali) e soprattutto quando si traduce da lingue e culture che consideriamo più vicine, e di cui ci sembra poco interessante conservare l’esoticità.

La decisione di operare scelte traduttive che pendano più sul versante dell’adattamento può tradire un atteggiamento un po’ paternalistico nei confronti del lettore, una certa sfiducia nella sua pazienza, nelle sue capacità di comprensione e concentrazione.

I tempi stretti di consegna, le griglie fitte di piani editoriali, scadenze, presentazioni pubbliche, in poche parole le esigenze del libro in quanto merce fanno sì che quasi mai fra il traduttore, la redazione e il revisore ci sia un’esauriente discussione delle scelte traduttive da operare, in che misura e in quali casi sia giusto adattare e in quali casi e in che misura invece sia meglio lasciar trasparire il testo di partenza.

La traduzione non è una scienza esatta, è sempre frutto di scelte e quindi di rinunce. Ma è un’importante operazione culturale, che dà qualcosa sia al fruitore del testo d’arrivo sia all’autore, alla lingua, alla cultura di partenza. Per cui è fondamentale, soprattutto per quelle opere nelle quali l’editore riconosce un particolare valore artistico e culturale, che le scelte traduttive siano frutto di una discussione più articolata tra le varie parti in causa (traduttore, redazione, revisione e ove possibile anche l’autore).

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