Da Torino a Tokyo – l’appassionante viaggio di un traduttore di manga | Intervista a Fabiano Bertello

Pubblicato il 13 settembre 2017 alle 10:38 0 Commenti

di Marco Cevoli

Ciao a tutti, sono Marco Cevoli di Qabiria e oggi collaboro, nelle vesti di intervistatore, una volta di più con STL Formazione per raccontarvi una bella storia di traduzione. Sono infatti qui con Fabiano Bertello, classe 1975, piemontese, che dalle grigie aule del politecnico di Torino è passato ai ciliegi in fiore del Giappone… Scherzi a parte, Fabiano Bertello è traduttore editoriale, in particolare di fumetti giapponesi, di manga e abbiamo deciso di organizzare questo incontro di oggi con Fabiano per 3 motivi:

  • in primo luogo, come dicevo, la storia professionale di Fabiano è un ottimo esempio di che cosa si può ottenere con le competenze giuste, ma soprattutto con caparbietà e spirito d’iniziativa, quindi rappresenta un messaggio di ottimismo per tanti giovani traduttori che, faticosamente, stanno cercando di trovare la loro strada;
  • in secondo luogo, la traduzione di fumetti è una delle nicchie di specializzazione più difficili e se a questo aggiungiamo la lontananza culturale fra Italia e Giappone, è facile capire che tradurre manga può essere davvero un’impresa, ragione in più per farci raccontare come si fa da un esperto…
  • infine, il 23 settembre Fabiano sarà il protagonista di un incontro, in occasione della fiera Alecomics di Alessandria, intitolato “Con parole mie: Kekko Kamen raccontata dal suo traduttore”. Kekko Kamen è un fumetto di Go Nagai e Go Nagai è l’autore, fra gli altri, di Jeeg Robot, Mazinga Z e Atlas UFO Robot, i cui cartoni animati hanno segnato una generazione.

Ma andiamo con ordine.

Fabiano, dalla facoltà di ingegneria alla traduzione… e non traduzione qualsiasi, ma di fumetti giapponesi. Partiamo da qui, perché conosco la tua storia e vorrei che la raccontassi tu. Come sei approdato a questa professione?

Dare un vero punto di inizio alla mia storia non è semplice, perché come tutte le cose della vita non è dipesa da un unico evento, ma da una concomitanza di fattori che si sono intrecciati l’uno con l’altro, come la trama e l’ordito di un tessuto. La passione per le lingue, infatti, mi ha accompagnato fin da molto giovane e il giapponese non è stato certo il mio primo “esperimento linguistico”, ma senza dubbio è stato quello più significativo per arrivare dove sono oggi, dunque, forse, il punto di partenza più adatto per il mio racconto è proprio in quel giorno, di ormai quattordici anni fa, quando andai al centro linguistico del Politecnico di Torino intenzionato a iscrivermi a un corso di tedesco. Sì, perché all’inizio, quello era il mio obiettivo e sicuramente oggi saremmo qui a raccontare una storia diversa, se quel giorno in bacheca non avessi trovato l’annuncio di un corso di giapponese. Per chi ama le lingue, studiare una lingua difficile e all’apparenza pressoché incomprensibile, credo sia la massima aspirazione. A questo aggiungi il fatto che già da qualche anno avevo iniziato a interessarmi al fumetto e all’animazione giapponese e capirai che il colpo di fulmine era inevitabile!

Seguendo il cuore, decisi così di abbandonare l’idea del tedesco per dedicare i successivi due anni a questa piccola grande sfida, stuzzicato ancora di più dal fatto che al termine del corso era stato promesso che i migliori due studenti avrebbero ricevuto in premio un soggiorno presso un’università giapponese. Promessa che, per quanto ne so, non è mai stata mantenuta… ma che comunque non mi avrebbe riguardato, dato che io arrivai terzo al test finale. Comunque, al termine del secondo anno, la mia sete di sapere era ormai troppo forte per fermarmi a quel punto. Decisi quindi di organizzare per conto mio una vacanza studio per l’autunno successivo: due settimane, di cui una di corso di giapponese a casa dell’insegnante e una di turismo a Tokyo. Ero convinto che sarebbe stata la vacanza della vita; quella che fai una volta e ricordi per sempre. E in effetti, nonostante una marea di problemi e imprevisti, fu una bellissima esperienza; tanto che non ho resistito a lasciarla sola. Tornato a casa ho cercato i contatti di un paio di associazioni torinesi che facevano corsi di giapponese e ho cominciato a seguirli, finché, l’estate successiva, ho ripreso l’aereo e sono tornato a Tokyo. E così ho fatto l’anno successivo e quello dopo. E continuo a farlo ancora oggi, per almeno uno o due mesi l’anno!

Nel frattempo, quando tornavo a casa, riprendevo il mio posto di disegnatore meccanico: un lavoro che non mi dispiaceva, devo essere sincero, ma che non sentivo completamente mio. Così, quando nel 2013 gli alti e bassi della crisi economica colpirono anche me, decisi che era arrivato il momento di tentare quella strada che da ormai dieci anni caldeggiavo. Contattai una giovane casa editrice che da poco aveva cominciato a proporre in Italia fumetti di autori nostrani, ma disegnati in stile manga e le feci una proposta che sapevo non avrebbe potuto rifiutare: di lì a poco io sarei partito per la mia rituale “gita fuori porta” e sapevo che in quello stesso periodo si sarebbe svolto il più grande raduno di tutto il Giappone dedicato alle autoproduzioni, perciò mi offrii di fare da scout e intermediario tra la casa editrice italiana e gli autori giapponesi che avrei selezionato. Fu un lavoro lungo e faticoso, ma alla fine ero soddisfatto del risultato! Avevo raccolto una decina di nominativi, storie affascinanti, che mi avevano stregato dalla prima all’ultima pagina, che ancora oggi rileggo con l’orgoglio di essere riuscito a scovarle in mezzo a una marea di… be’, di storie non altrettanto degne… Sentivo che ormai mancava pochissimo, solo un ultimo passo e la prima pubblicazione con il mio nome avrebbe visto la luce! Solo un ultimo passo… che però non venne mai fatto. La casa editrice si tirò indietro all’ultimo momento per problemi contrattuali e tutto andò in fumo. 

Avrei voluto spaccare il mondo a testate.

Ma non lo feci.

In fondo, anche quell’esperienza aveva avuto la sua utilità. Ero riuscito per la prima volta a prendere contatto con il mondo editoriale e quel lavoro, anche se alla fine non era andato in porto, avrei comunque potuto farlo valere come esperienza per il futuro. Nel frattempo, avevo cominciato a frequentare alcuni corsi di traduzione, che mi aprirono gli occhi su quello che avevo di fronte, le difficoltà che avrei incontrato e le opportunità che, forse, avrei potuto sfruttare. Cominciai a girare le fiere. Una marea di fiere. Sempre con il mio curriculum alla mano. Battevo stand dopo stand. Macinavo chilometri e consumavo carta à gogo, anche perché ogni volta trovavo qualche punto del curriculum che potevo migliorare o qualche esperienza che potevo aggiungere. Insistetti caparbiamente, instancabilmente, fino a quando non ottenni una risposta. Salone Internazionale del Libro di Torino 2014. Ultimo giorno di fiera. Ultime ore prima della chiusura. La stanchezza ha ormai preso il sopravvento non solo su di me, ma anche sugli standisti. Anche a questa fiera, decine le persone che mi hanno risposto “Ah, giapponese? Interessante!”, ma che so già non mi ricontatteranno mai. Mi dirigo verso l’ultimo stand a cui non avevo ancora consegnato il curriculum e vedo un ragazzo accasciato sulla sedia in posa “quand’è che finisce?” Sono indeciso: sarà il caso di stressarlo ulteriormente? Per di più, probabilmente è un semplice standista, che mi dirà “sì, sì” e poi metterà il mio curriculum in qualche angolo dimenticato…

Ma sì, ci provo.

Vedo che guarda il curriculum. Lo legge. Lo sfoglia. Cosa rara. Facciamo anche due parole, poi ci salutiamo; gli auguro una buona fine fiera e anch’io mi rassegno a dichiarare chiusa questa partita di caccia. Passa qualche settimana e ricevo un’email. Quel ragazzo non era un semplice standista, era il responsabile editoriale e mi scriveva per propormi una prova di traduzione. Che ovviamente accettai. E vissero tutti felici e poveri (ma contenti).

Il Giappone continua ad esercitare un fascino particolare su tante persone. Chi legge fumetti, poi, non può non restare incantato dall’immensa varietà di generi e di prodotti per tutti i gusti. Si suol dire che in Giappone qualsiasi nicchia di pubblico abbia il suo manga. Parliamo di un fenomeno nato – nella sua incarnazione moderna – circa settant’anni fa, un settore che muove l’incredibile cifra di quasi 3 miliardi e mezzo di euro all’anno. Per fare un confronto, il manga più venduto in Giappone, One Piece, vende circa 12 milioni di copie, quando negli Stati Uniti vendere 100.000 copie è già sinonimo di best-seller. In Italia la situazione è molto diversa: se escludiamo Tex (150.000 copie) e Dylan Dog (attorno alle 90.000) e un’altra manciata di titoli della Bonelli, vendere più di 10.000 copie è già un ottimo risultato. Non per nulla  Zerocalcare, che ha venduto finora, complessivamente, quasi 700 mila copie dei suoi fumetti, è considerato un mezzo miracolo. Fabiano, tu che conosci a fondo la realtà giapponese, ci spieghi i motivi di queste differenze? E quali sono i manga preferiti dagli italiani?

In realtà, se mi permetti vorrei sfatare il mito del Giappone come terra dei fumetti per tutti. Più di una volta, parlando con amici giapponesi mi sono sentito dire esattamente l’opposto: visto che io, un adulto, mi interesso ai fumetti, mi chiedono se in Italia i fumetti siano considerati prodotti per adulti. Perché in Giappone non lo sono. Almeno, non dalla maggior parte degli adulti. Anche in Italia sono sempre esistiti fumetti per adulti. Pensiamo ad autori come Crepax o Manara, ma anche senza andare sull’erotismo, serie come Diabolik o riviste come l’Intrepido non sono certo pensate per un pubblico di bambini. Quello che cambia tra Italia e Giappone sono solo le proporzioni del mercatoIn Giappone le cifre sono più alte in tutti i settori, quindi c’è più margine di mercato anche per serie più adulte. Ma considera che la maggior parte delle serie giapponesi “da adulti” che arrivano sul nostro mercato, in patria sono in genere indirizzate a un pubblico di universitari. Le vere serie per adulti (i business manga) in Italia non arrivano, se non qualche rara eccezione, perché non avrebbero mercato. È vero che negli ultimi anni la percentuale di adulti che si interessano al fumetto è molto cresciuta (o forse dovremmo dire che i ragazzi che si interessavano di fumetti venti anni fa sono cresciuti), ma la fetta più grande di lettori sono ancora i più giovani. E per fortuna che è così, perché un mercato che non coltiva la gioventù è destinato a morire. Nel settore giapponese (e penso altrettanto in quello americano), le serie che vendono di più sono senza dubbio quelle che possono contare su una trasposizione animata. Fino a una ventina di anni fa, questo significava quasi esclusivamente le serie che passavano in televisione. Oggi, con l’evoluzione di internet, molto spesso il pubblico si affida allo streaming online.

In Italia, secondo molti, il vero problema è il sovraffollamento di titoli. Il mercato odierno offre un numero così alto di serie che ognuna di esse finisce per fare numeri che a volte non raggiungono neanche il migliaio di copie. Ma d’altronde, credo che da parte degli editori ci sia il timore che anche diminuendo l’offerta, gli introiti non salirebbero. Oggi, grazie a internet, è fin troppo facile procurarsi quello che si vuole, in un modo o nell’altro, quindi, se un lettore non riesce ad avere una serie attraverso un editore ufficiale, andrà a cercarlo in qualche canale… meno ufficiale. E quel che è peggio, spesso, su questi canali si trova anche materiale già edito nel nostro Paese, che finisce inevitabilmente per danneggiare ancora di più un mercato già di per sé sofferente.

Questo problema, per tornare al discorso iniziale, è molto sentito anche in Giappone. Nonostante le cifre da capogiro di cui parlavi, anche l’editoria giapponese afferma di essere in profonda crisi (ovviamente, in proporzione alle cifre che a sua volta faceva una ventina di anni fa) a causa della diffusione di materiale illegale attraverso internet e per questo, già da anni i più grossi gruppi editoriali si sono coalizzati e stanno cercando di fare una grande battaglia alla pirateria online; anche il governo giapponese ha cominciato a muoversi in questo senso.

Hai avuto l’opportunità di tradurre alcuni degli autori più emblematici dell’universo manga. Quali sono state le maggiori difficoltà?

Sì, come accennavi tu all’inizio, ho avuto l’onore di tradurre Go Nagai, l’autore di grandi miti della nostra infanzia, come Mazinga, Goldrake, Devilman… e Osamu Tezuka, che considerato il padre del manga moderno, autore di altrettanti capolavori, come Kimba il leone bianco, Astroboy, la Principessa Zaffiro.

Tradurre i grandi maestri è sempre una responsabilità. Un fumetto di punta potrà vendere cinque, seimila, se sei fortunato, diecimila copie nell’anno di uscita, ma poi finirà pressoché dimenticato; i grandi autori no. Per quanto quelle su cui ho lavorato non siano le serie più importanti di questi due maestri, sono sicuro che tra dieci, quindici anni, ci sarà ancora qualcuno che andrà a cercarle. Inoltre, il pubblico di un grande autore è in genere molto attento e scrupoloso. Questo, quando si ha a che fare con serie umoristiche, può essere un vero problema, perché da una parte c’è l’esigenza di essere il più possibile fedeli a quanto scritto dall’autore, dall’altra quella di mantenere la leggerezza e l’ilarità dell’opera originale. Un esempio, in questo senso, c’è stato nella traduzione di Kekko Kamen, un’opera satirica di Go Nagai pubblicata con la mia traduzione all’inizio di quest’anno. L’opera era già stata pubblicata in precedenza da un altro editore e con una diversa traduzione. Leggendo quella prima edizione, io stesso mi ero detto che ci aveva lavorato si era preso un po’ troppa libertà nell’adattamento dei nomi e mi ero dunque ripromesso nel mio lavoro, di restare più aderente all’originale. Così ho fatto; o almeno in prima stesura. Rileggendolo, però, sentivo che il risultato non funzionava. Mi sembrava che si perdesse troppo lo spirito goliardico dell’opera. Una parodia deve avere un effetto immediato, dare dei richiami diretti al lettore, che deve capirli senza bisogno di andare a leggere le note a fondo volume. Purtroppo, però, soprattutto nel primo volume, la maggior parte delle serie citate erano completamente sconosciute in Italia. Ho deciso perciò di rimodificare alcuni dei nomi, cercando di mantenere la vicinanza con i giochi di parole dell’originale, ma inserendo alcune citazioni più vicine a noi. È stata una scelta arbitraria, certo. Ma la traduzione a volte è fatta anche di scelte arbitrarieSapevo che questo avrebbe suscitato qualche malumore e infatti così è stato, ma se devo essere sincero, me ne aspettavo molto di più, quindi alla fin fine, ritengo di non aver fatto una scelta sbagliata.

Veniamo adesso ai tuoi progetti attuali. Parlaci di questo incontro, molto interessante, che si svolgerà a breve ad Alecomics. Di che si tratta?

Potremmo dire che si tratta della realizzazione di un’idea che mi frullava in testa già da parecchio tempo e a cui spero di poter dare il giusto seguito, facendola diventare un appuntamento annuale, nel quale coinvolgere anche altri colleghi. Fin da quando sono entrato nel mondo della traduzione editoriale, ho sentito molti lamentarsi della scarsa considerazione che il pubblico italiano ha nei confronti dei traduttori, ma la mia impressione è stata fin da subito che si facesse poco per incrementare veramente questa coscienza. È vero, molto spesso nelle fiere dedicate ai libri e alla letteratura, e anche in quelle fumettistiche, vengono organizzati incontri con i traduttori, ma la maggior parte di questi eventi sono rivolti ad altri traduttori o comunque a persone che a quest’ambito sono già interessate, mentre molto pochi sono rivolti al lettore “distratto”, che invece secondo me dovrebbe essere il vero destinatario.

L’obiettivo che mi pongo con questo evento è mettere a contatto diretto il traduttore (in questo caso me) con il pubblico, non per fare lezioni di traduzione, ma per trasmettere a chi legge un’opera, in questo caso, la già citata Kekko Kamen, le impressioni, le sensazioni e le intenzioni che lui ha avuto nel fare il proprio lavoro. Lo scopo non è parlare della traduzione, ma dell’opera tradotta, facendolo però dal punto di vista del traduttore. Il traduttore conosce quanto c’è nascosto dietro la pagina e per ragioni tecniche o stilistiche non può essere portato in chiaro. Per questo motivo ho scelto di rendere protagonista di questo primo incontro una parodia: un’opera in cui i retroscena e gli ammiccamenti sono spesso più abbondanti di ciò che appare in scena.

Per finire: vista la delicata situazione dell’editoria in Italia e l’ancor più delicata situazione del mercato dei fumetti nel nostro paese, te la sentiresti di consigliare questa nicchia a un giovane traduttore? Perché?

Dipende da quanta passione ha. A livello economico, probabilmente questo sarebbe un settore da evitare come la peste: considera solo che dagli anni ’90 ad oggi le tariffe si sono ridotte a un quarto. Non di un quarto, ma A un quarto. Oggi, un traduttore di fumetto guadagna un quarto di quello che guadagnava un suo collega venti anni fa. E c’è anche chi cerca ancora di ridurle. Il motivo per cui ho deciso di organizzare questo tipo di eventi è anche questo. Se il pubblico prende maggiore coscienza del lavoro che sta dietro a una traduzione, se impara a riconoscere le scelte stilistiche, le finezze, la ricerca che sta alla base al lavoro professionale, sono certo che comincerà ad apprezzare sempre meno i lavori spesso fatti sbrigativamente e superficialmente da qualche fan. Questo, farà aumentare le vendite e dunque darà anche agli editori maggiori guadagni e a noi maggiore margine di trattativa. O almeno spero.

Quindi, mi raccomando, vi aspetto tutti ad Alessandria, il 23 settembre, per diffondere il verbo della traduzione!


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