STL intervista Claudia Zonghetti

Pubblicato il 5 ottobre 2017 alle 20:53 0 Commenti

di Chiara Rizzo

Lo scorso 29 settembre ha ritirato a Roma il Premio per la traduzione “Giovanni, Emma e Luisa Enriques”, importante riconoscimento che le Giornate della traduzione letteraria attribuiscono ai traduttori per l’insieme delle loro attività o a personaggi del panorama culturale che si siano distinti per il loro impegno a favore della traduzione.

Per l’edizione 2017, la giuria composta da Ernesto Ferrero e dai curatori delle Giornate della traduzione letteraria Stefano Arduini e Ilide Carmignani ha deciso all’unanimità di assegnare questo premio ambitissimo a lei, Claudia Zonghetti, un’eccellenza nell’ambito della traduzione dal russo, autrice nel 2016 per Einaudi di una coraggiosissima ritraduzione di Anna Karenina di Tolstoj, voce italiana di classici intramontabili come di grandi autori moderni e contemporanei, da Dostoevskij a Gogol, da Anna Politkovskaja a Vasilij Grossman, cui “ogni volta ha saputo dare nuova e mirabile vita”.

Esile e bionda, eterea e delicata (ma forse solo in apparenza), Claudia è da tempo un’amica di STL, spesso gradita ospite dei nostri corsi in aula a Milano, ed è con particolare piacere che l’abbiamo intervistata, all’indomani della consegna del premio.

Come ti sei appassionata alla lingua russa, e come ti sei avvicinata nello specifico alla traduzione letteraria?

La responsabilità della passione per la letteratura russa è tutta del professor Pelagaggia, cui sono felice di dare un nome, finalmente. Insegnava greco e latino al Liceo classico Raffaello che accoglieva anche il “mio” linguistico sperimentale. Venne una mattina a riempire un’ora di buco, sfilò dalla borsa il Cappotto di Gogol’ e attaccò a leggerlo senza dire né a né ba. Al “colorito emorroidale” di Akakij Akakievič ero già prigioniera. Presi d’assalto la biblioteca di Fano, la mia città, e sbranai tutto quello che aveva a che fare con la Russia: Dostoevskij, Tolstoj, Gogol’, Pasternak, ma anche Andreev, Bunin, Gor’kij, Majakovskij… Quando si trattò di decidere cosa continuare a studiare avevo ormai le idee chiare. Ho poi avuto la fortuna che a Venezia, a Ca’ Foscari, approdasse Julia Dobrovolskaja. La sua bottega è stata un lusso (e una fatica!) che ha lasciato segni profondi e irrinunciabili.

Qual è stata la tua prima traduzione “per lavoro”? Come l’hai vissuta?

La primissima traduzione, ancora (e per fortuna) insieme a Julia, fu il catalogo per una mostra di Aleksandr Rodčenko alla Fondazione Mazzotta, a Milano. Oltre alle difficoltà del linguaggio della critica d’arte, la meraviglia (non posso chiamarla altrimenti) fu tradurre gli slogan che Majakovskij aveva coniato per i manifesti pubblicitari degli anni Venti. Vi lascio immaginare. Quanto al primo romanzo in “assolo”… Ho quasi paura a dirlo. Un editore di Rimini, quel Mario Guaraldi che ha tenuto per mano diversi colleghi, aveva una collana, Ennesima, nella quale proponeva grandi titoli nella traduzione di esordienti o quasi. Io debuttai con Bulgakov, Il Maestro e Margherita, e proseguii con Dostoevskij e Il sosia. Beata incoscienza…

Hai magnificamente dettagliato la tua idea del mestiere di traduttore, tanto umile quanto seria e rigorosa, nel discorso che hai tenuto per la consegna del Premio Enriques, di cui alcuni stralci stanno giustamente facendo il giro dei social. Approfittiamo invece della nostra amicizia per toglierci alcune curiosità più “terra terra” e farci raccontare un po’ del tuo “dietro le quinte”. Ti sei più volte autodefinita una “traduttrice da tana”, immagine in cui personalmente mi ritrovo moltissimo. Ma come è fatto e come funziona il tuo antro? Come inizi un nuovo progetto? Leggi tutto prima? Ti appunti qualcosa in particolare? Lavori nel più assoluto silenzio o hai qualche abitudine di contorno che ti aiuta a concentrarti? Rileggi parecchie volte o la tua prima stesura è in fin dei conti quasi identica alla versione che consegnerai? C’è un rito che replichi ogni volta che hai ultimato una nuova traduzione?

La mia tana è il regno indiscusso e inviolato del caos e del disordine più imbizzarrito (disordine per gli altri, ovvio)… Non scherzo. La prima volta che passò a trovarmi Yasmina sistemai per ore il sistemabile, ma quando varcò la soglia il suo primo commento fu: “Ciumbia che casino, Zong!”. Ecco. Diciamo che lavoro assediata da colonne pericolanti di libri e dizionari e che sul pavimento ho stratificazioni geologiche di bozze, stampate di lettura e fascicoli vari… Le bozze ci metto un po’ a cestinarle, confesso, mi sembra sempre di sminuire la fatica che contengono. Perciò i dossi diventano colline, le colline montagne, e io scavalco…

Come inizio? Un rito ce l’ho, è vero. Prima di ogni traduzione, prima ancora di scrivere autore e titolo a pagina 1 del primo file, metto a tutto volume (ma tutto proprio) Prologo e Ouverture di Ivan il Terribile di Prokof’ev (l’esecuzione diretta da Riccardo Muti, che è più “bersagliera” rispetto alle altre. Per i curiosi, questa). Mi suonano la carica come poco altro. Quando invece invio il file, riordino la scrivania e mi concedo due o tre giorni di letture bulimiche.

Per il resto, non ho regole granitiche. Mi capita di leggere prima tutto il romanzo (solitamente quando so che l’autore ha uno stile particolare, una lingua stilisticamente molto marcata, e allora strada facendo mi segno dominanti, giochi di parole, scansioni, ripetizioni più o meno evidenti), e mi capita di lasciarmi, invece, la voglia di scoprire la trama coltivando la curiosità con “occhio ingenuo”, chiamiamolo così. Lavoro in silenzio, sì, sempre nella tana. L’umanità e i suoi rumori mi incuriosiscono sempre e non potrei mai lavorare nei bar, nelle biblioteche o altrove, come invece fanno diversi colleghi e amici. Starei continuamente a guardare cosa succede intorno, a inventarmi la storia di chi mi siede accanto, a formare coppie, ad attaccare bottone, persino. Tra l’altro, quando in Anna Karenina ho tradotto la scena in cui Kitty dice di divertirsi a fare altrettanto, mi sono sentita scoperta!

La mia prima versione è di solito abbastanza delineata, ma ciò non toglie che io rilegga quante più volte posso (una o due a video, ma altrettante su carta, perché nulla canta come la carta, per me che sono della vecchia generazione…) e che ogni volta ci siano ritocchi più o meno marcati. Sempre in Tratto pen verde (altro rituale). Non è nemmeno escluso, però, che alla quinta rilettura si torni alla versione originale, come credo capiti a molti colleghi! 

Come è vero che i figli si amano tutti ma ognuno a modo suo, ogni traduttore ha un rapporto a sé con ciascuna delle sue traduzioni: probabilmente è una domanda a cui è impossibile dare una risposta univoca, ma c’è un libro che hai tradotto al quale sei particolarmente legata? Perché?

Sono geneticamente, fisiologicamente incapace di stilare classifiche. Ma nemmeno per le cose più futili. I miei figli ci provano in continuazione Qual è la verdura che preferisci? Dipende (e mi salvano le stagioni)… Quali colori ti piacciono? Non saprei (e ne elenco almeno quattro)… Attori? Cantanti? Scrittori? E ridono, ogni volta.

Lo stesso vale per le traduzioni. Ognuna è stata importante, essenziale, per acquistare sicurezza nel mestiere (se mai si acquista… anzi, credo proprio che strada facendo si perda, passando dall’impudenza garibaldina del Maestro al terrore viscerale e spero sormontabile, prima o poi, per quanto sto traducendo ora. Non chiedete, no. Ho paura anche solo a pronunciarlo). Tutto “ha fatto brodo”. Certo, Vita e destino ha segnato una svolta clamorosa nella mia vita professionale, ma le ore trascorse con Pavel Florenskij e Anna Politkovskaja, con Gajto Gazdanov e Guzel’ Jachina (per citarne solo alcuni) sono state altrettanto intense ed entusiasmanti. Poi è arrivato Tolstoj. Facciamo un bel girotondo, insomma, ed evitiamo le piramidi.

L’incarico di ritradurre Anna Karenina, uno dei capolavori indiscussi della letteratura mondiale di tutti i tempi, è forse la consacrazione per una traduttrice letteraria dal russo. E adesso? Hai ancora un sogno nel cassetto? Cos’è che ti piacerebbe tradurre (o ritradurre)?

Può sembrare strano se non irriconoscente, ma mi piace moltissimo tradurre autori contemporanei. Non perché i classici non siano vivi. Tutt’altro. Se un romanzo di 900 pagine scritto nel 1877 arriva nella cinquina finale di un premio che ha per giurati alcune centinaia di ragazzi delle scuole superiori (e mi riferisco alle Giornate di Letteraria che si celebreranno a Fano dal 6 all’8 ottobre) significa che è vivo come non mai, per non dire immortale.

Fra gli immortali, comunque, un desiderio l’avrei. E già dichiarato. Mi piacerebbe riprendere in mano le pagine con cui ho cominciato. Master i Margarita. Bulgakov. Spero di riuscirci, prima o poi. Dopo di che, davvero, potrei appendere la tastiera al chiodo.

Ma forse no.

 


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