Due chiacchiere con Laura Prandino

Pubblicato il 30 Ottobre 2013 alle 10:14 2 Commenti


Nel mondo della traduzione editoriale, Laura Prandino non ha certo bisogno di presentazioni. Barbara Kingsolver, Nick Hunt, Juno Dawson ed Erik Larson sono solo alcuni degli autori a cui ha dato voce dal 2003, collaborando con case editrici come Neri Pozza, Mondadori, Piemme, Garzanti, Rizzoli, Nord e Terre di Mezzo, per citarne alcune.

In questa intervista, ci ha raccontato la sua storia, dai primi passi nell’insidioso mondo dell’editoria alla sua “giornata-tipo”, condividendo anche alcuni consigli preziosi su come iniziare a lavorare come traduttore editoriale – il tutto condito dalla sua ironia contagiosa.


Ciao Laura! Ci racconti come hai cominciato a tradurre libri?

Passeggiavo per strada quando un editore mi ha notata… Scherzi a parte, sono arrivata alla traduzione editoriale piuttosto tardi, dopo aver lavorato in tutt’altro settore.

Ho cominciato in seguito a una proposta di traduzione “indiretta”, nel senso che stavo proponendo un testo ad alcuni editori e ho saputo che nel frattempo un’altra casa editrice ne aveva comprato i diritti. Mi sono messa in contatto con loro, ho spiegato che si trattava di un testo che conoscevo bene e ho chiesto di fare una prova di traduzione, che ha avuto esito positivo. Dopo quella prima traduzione me ne hanno proposte altre e da lì sono partita.

Com’è la giornata tipo di una traduttrice editoriale?

Davanti al computer a tradurre, direi… Ovviamente se si ha una traduzione da fare. In caso contrario, a procurarsi contratti di traduzione.
Poi ognuno ha le sue preferenze su orari e distribuzione del lavoro: c’è chi lavora meglio la mattina presto e chi la sera tardi, chi in casa e chi in un ufficio o in biblioteca.

Il lato positivo di questo lavoro è poter decidere come e quanto lavorare nei vari momenti della giornata. Il lato negativo è poter decidere come e quanto… ops!

Tempo fa hai fatto con noi un corso che si intitolava ‘Tradurre l’inglese degli altri’. Chi sono gli ‘altri’?

Spesso li chiamano autori postcoloniali. È un’etichetta forse più comoda e immediata da usare ma che personalmente non amo molto, perché la trovo tanto vaga quanto riduttiva e, soprattutto, molto colonialista.

Gli “altri” sono gli autori che provengono più o meno direttamente da lingue e culture diverse dall’inglese e che con esse conservano forti legami, legami che emergono a vari livelli linguistici e tematici nell’inglese in cui hanno scelto di scrivere.

Che consiglio daresti a un aspirante traduttore editoriale?

Oltre a: mettetevi la maglietta di lana, non accettate caramelle dagli sconosciuti e non lavorate mai gratis? Mah, sinceramente di consigli agli aspiranti traduttori ne ho sentiti anche troppi, alcuni di una banalità sconcertante e altri decisamente irritanti.

Credo che ogni traduttore debba costruirsi un suo percorso professionale con le doti e gli strumenti che riesce a mettere insieme. Oltre ai consigli teorici, penso sia utile condividere anche qualche ferro del mestiere già sperimentato, da aggiungere alla cassetta degli attrezzi personalizzata che ogni buon artigiano sa e deve organizzarsi nel corso degli anni.

  1. Lisa Glauber ha detto:

    Ho letto Demon Copperhead in inglese e mi è piaciuto moltissimo. Ammiro moltissimo la Sua capacità di tradurre un testo così difficile, slang, di giovani drogati, con prodotti tipicamente americani. Ho vissuto 29 anni negli Stati Uniti, anche in ambienti un po’ simili per lavoro. Anche l’autrice conosce a fondo il mondo dei drogati e l’effetto devastante delle droghe.
    Complimenti per il Suo straordinario lavoro.

  2. Sabrina Tursi ha detto:

    Grazie mille Lisa, riferiamo subito a Laura, ne sarà felice!


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