CHI È TRADUTTORE ALZI LA MANO – LA STORIA DI FEDERICA BRUNIERA

Pubblicato il 18 gennaio 2017 alle 9:03 0 Commenti

Chi è traduttore alzi la mano – Storie di una professione

Di lingue, tsunami e salti nel vuoto | di Federica Bruniera

Se una decina d’anni fa avessero detto alla me adolescente, un po’ nerd, alla fermata dell’autobus con il naso incollato alla versione originale del Signore degli Anelli, che sarei finita a fare la traduttrice in Canada, probabilmente avrei risposto “sì, e poi c’era la marmotta che confezionava la cioccolata”. Frequentavo il liceo classico, ma non riuscivo a trovare nel latino e nel greco quella bellezza e profondità che le mie prof. decantavano, a me piaceva l’inglese e quello volevo studiare, insieme al finlandese, per poter guardare su Youtube le interviste delle mie band preferite. Avevo un piano: studiare lingue e diventare giornalista sportiva, possibilmente di formula 1, o di calcio, o di quelle che vanno alle Olimpiadi. Al momento del diploma, il mio inglese era abbastanza solido, il francese medio-basso e lo spagnolo al livello “canzoni di Shakira” grazie a un corso semestrale per principianti organizzato dalla scuola.

A quel punto mi era chiaro che non valeva la pena investire anni di formazione universitaria nell’apprendimento delle lingue romanze, sarebbe bastata un po’ di auto-disciplina, dei corsi privati o online o dei soggiorni medio-lunghi in questo o quel paese. Cercavo invece una lingua difficile e fuori dagli schemi, che mi distinguesse dalla massa e fosse allo stesso tempo affascinante. La scelta ricadde quindi sul giapponese, i cui caratteri che non sapevo leggere mi sembravano delle porte eleganti verso un mondo misterioso e completamente diverso dal mio. Lasciai quindi la ridente Ancona alla volta di Venezia. Non sapevo nulla della cultura giapponese, ma me ne innamorai giorno dopo giorno grazie alla bravura dei miei professori e alla pazienza delle mie lettrici. Dopo due anni e mezzo passati tra calli allagate, slalom tra i turisti, esami, serate a lavorare come cameriera e come bibliotecaria, arriviamo all’ultimo semestre di triennale, che avrei dovuto passare in scambio culturale presso un’università di Tokyo. Scartoffie in ordine, visto ritirato al consolato, biglietto aereo acquistato per fine marzo, corsi da frequentare scelti: finalmente il mio primo viaggio in Giappone! Poi, in quell’undici marzo 2011, mentre festeggiavo un compleanno e l’imminente partenza con le amiche in una teieria giapponese nascosta tra le calli veneziane, ecco la notizia del terremoto. E dello tsunami. E di Fukushima. L’università sconsigliò vivamente a tutti coloro che fossero diretti nella zona settentrionale del Giappone di non partire e lo stesso fece l’ambasciata. Ora, io in questo senso non sono una persona lungimirante e spesso agisco secondo il principio “meglio curare che prevenire”, della serie “se le radiazioni non le vedo e mi spunta la coda o il terzo occhio tra vent’anni, ci penserò a tempo debito”. L’unica motivazione che mi trattenne fu la richiesta gentile dei miei genitori. Bisogna premettere che i miei genitori hanno sempre incoraggiato le mie avventure, a 17 anni mi hanno spedito in Australia e in Irlanda a studiare e lavorare, a 18 mi hanno lasciato girare per la Spagna con un sacco a pelo dormendo per terra fuori dalle stazioni o sulle panchine, non sono i tipi ansiosi che vogliono proteggerti da tutti i mali del mondo. Chissà, se me l’avessero vietato, probabilmente sarei andata. Invece rimasi, finii gli esami e a fine maggio avevo la mia laurea triennale. L’idea del Giappone continuava però a ronzarmi in testa, con che coraggio potevo ritenermi nipponista senza essere mai stata nel paese del Sol Levante! Decisi quindi di organizzarmi il viaggio da sola e partire: scelsi come meta Kyoto, piuttosto lontana da Fukushima, mi iscrissi a una scuola di lingua privata, trovai una guest-house in cui lavorare in cambio di alloggio per 3 mesi. E proprio la guest-house mi affidò il mio primo lavoro ufficiale di traduzione: il loro sito internet. Mentre i miei ex-compagni di corso lanciavano il tocco in piazza S. Marco – Ca’ Foscari e le sue velleità da Harvard – io iniziavo il mio soggiorno a Kyoto, con i miei averi accatastati su un letto a castello in una camerata femminile da sei. La mattina andavo a scuola, nel primo pomeriggio esploravo un angolo nuovo della città, in serata lavoravo alla traduzione, facevo i compiti e dopo cena mi intrattenevo con gli ospiti nella sala comune, cercando di facilitare la comunicazione tra gli ospiti giapponesi e il resto del mondo. Furono 3 mesi intensi e meravigliosi: il passo determinante verso la mia storia d’amore con la traduzione e col Giappone (e verso il ritorno alla salute, visto che qualche mese avevo avuto la brillante idea di smettere quasi di mangiare).

Benché formalmente iscritta a Ca’ Foscari anche per la laurea specialistica, riuscii a stare in Italia il meno possibile: passai infatti un semestre in Erasmus a Parigi – dove mi cimentai in traduzioni letterarie dal giapponese al francese da far accapponare la pelle – e un anno in Overseas all’università di Kobe – dove tra l’altro ero in classe con il traduttore spagnolo di Murakami Haruki (inadeguatezza ne abbiamo?). Nell’ottobre 2013, di nuovo a Venezia, mi laureavo, con una tesi sugli aspetti teorici e pratici della traduzione letteraria dal giapponese.

Un mese dopo, con la mia vita impacchettata in 2 trolley e uno zaino, salutavo la famiglia e i miei amici alla volta di Vancouver, senza la minima idea di cosa ne sarebbe stato di me. L’amour aveva scagliato la sua freccia ai tempi dell’Erasmus parigino e mi aveva fatto conoscere il mio ragazzo giappo-canadese e, visto che dopo un anno e mezzo la relazione su Skype a strani orari del giorno e della notte iniziava a starmi un po’ stretta, eccomi lì su un aereo, senza biglietto di ritorno, con una sensazione di eccitazione mista a terrore, senza piani concreti per la mia vita.

Dopo qualche mese di frustrazione e di invio matto e disperatissimo di curriculum a destra e a manca, trovai su craigslist un annuncio che cercava linguisti di madrelingua italiana per un nuovissimo progetto Microsoft e fu così che iniziai a lavorare come freelancer alla localizzazione di Cortana (la nemica di Siri, per intenderci). Poco dopo, arrivarono i primi incarichi da qualche agenzia di traduzione – sottopagati, con scadenze da brivido, conosciamo tutti la solfa – e un’offerta di stage non retribuito di 6 mesi in-house in una piccola agenzia di traduzioni. Lavorare 6 mesi full-time senza vedere un centesimo non era esattamente la mia aspirazione più grande (soprattutto con affitto e spese di sopravvivenza da pagare), ma c’era in ballo la possibilità di ottenere la sponsorizzazione per un visto permanente (senza il quale sarei stata rispedita in Italia dopo un anno). Accettai. In-house dalle 9 alle 17, Cortana e traduzioni freelance dalle 18 alle 23 (o la mattina all’alba o sull’autobus o in pausa pranzo) e un paio di studenti di italiano nei weekend. Alla fine dei 6 mesi, la simpatica capa mi confessò che non c’erano i fondi per sponsorizzarmi, ma che sarebbe stata contenta di tenermi (pagandomi poco) fino alla scadenza del mio visto e di riassumermi una volta avessi ricevuto quello nuovo. Che simpatica umorista. Tante ricerche, discussioni, pianti, crisi esistenziali e piani B più tardi, infilavo in una busta pesante come la Bibbia tutti i moduli per la richiesta di residenza permanente. Tempo di attesa: minimo un anno e mezzo. L’esperienza in-house, benché frustrante e stressante a livello umano, si era se non altro rivelata preziosissima nel farmi capire che 1. Volevo lavorare come freelancer 2. Dovevo trovare delle specializzazioni e restringere il campo d’azione 3. Ignorando tutta la parte di business e marketing, non sarei arrivata da nessuna parte. Tornata a essere nient’altro che una semplice turista, quindi, e con il divieto di lavorare per compagnie canadesi, continuai in sordina le collaborazioni saltuarie con le mie 2-3 agenzie di fiducia e con l’amica Cortana che mi pagava l’affitto, mentre dedicavo tutte le restanti energie allo studio, alla lettura di blog, a corsi online, all’ascolto di podcast. Ho quaderni pieni di appunti con i consigli di traduttrici del calibro di Marta Stelmaszak, Valeria Aliperta, Tess Whitty e imprenditrici come Marie Forleo e Gioia Gottini; spiavo in silenzio i post di traduttori esperti sui vari gruppi Facebook, scoprivo conferenze e iniziative. Mi sono sentita inferiore e inadeguata? Ogni giorno. Ma non ho pensato mai, neanche una volta, che il lavoro di traduttrice non facesse per me. Alla fine del 2015, con altri 7-8 mesi d’attesa davanti a me, ho deciso di provare a sondare il terreno del web con un blog per farmi conoscere all’interno dell’ambiente della traduzione (non volevo rischiare che, con un sito ufficiale, le autorità canadesi mi rispedissero a casa per attività sospette). Da lì ho preso coraggio e ho partecipato alle mie prime conferenze e workshop dal vivo, ho iniziato ad acquisire contatti e ad accumulare preziosi consigli da stimatissimi mentori. Infine, il 30 agosto 2016 ho attraversato a piedi il confine con gli Stati Uniti, ho fatto ciao agli ufficiali di dogana e sono rientrata sul lato canadese sventolando fiera la mia lettera di ammissione come residente.
Tra settembre e dicembre ho creato il mio brand, ho finalmente potuto iniziare a lavorare a tutti i progetti che mi venivano assegnati senza l’angoscia di “guadagnare troppo ed essere deportata”, ho ricevuto delle nuove proposte di collaborazione, ho iniziato ad alzare le mie tariffe. La mia ex-capa mi ha chiesto due volte di tornare a lavorare in-house per lei – ho cortesemente rifiutato – mentre Cortana continua a essere una fedele compagna di viaggio. È stato facile? Per niente. Col senno di poi forse cambierei qualcosa, ma non ho rimpianti. Ho ancora tantissimo da imparare e la mia compagna inadeguatezza continua spesso a bussare alla mia porta, ma se c’è una lezione che posso trarre dal mio percorso è che la pazienza, la determinazione, l’umiltà, il coraggio, l’intraprendenza e la voglia di migliorarsi sempre alla lunga pagano. Aspettare la manna dal cielo non funziona, ma rimboccarsi le maniche sì. La mia vera storia inizia ora, il resto è stato solo un “lungo riscaldamento”.

 

Anconetana d’origine, lo studio, la famiglia e lo spirito d’avventura l’hanno portata a vivere in giro per l’Italia, in Francia, in Giappone e in Canada, dove risiede attualmente. Da sempre appassionata di lingue, ha scelto di dedicarsi al giapponese, conseguendo laurea triennale e specialistica in Lingua e cultura giapponese, entrambe presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. Dopo esperienze di insegnamento e traduzione e project management in-house, è approdata alla traduzione freelance dal giapponese, inglese e francese all’italiano. Cura il blog Words in Wonderland, che vuole essere il diario di viaggio di una persona curiosa, ingenua e un po’ trasognata nel mondo della traduzione, e ha creato nel 2016 il suo brand Ikigai Translations. Appassionata di sport, viaggi e karaoke, sogna di visitare ogni paese del mondo e le piacciono i tramonti sul mare, le luci di Natale e la luna quando assomiglia al sorriso dello Stregatto.

Federica è molto social, la potete trovare sul suo sito, sul blog, su Facebook, Twitter, Instagram e Linkedin. A voi la scelta!

 

 

Vuoi che anche la tua storia sia pubblicata? Leggi il progetto Chi è traduttore alzi la mano e raccontaci il tuo percorso professionale.
Ti aspettiamo!


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *