Adattare una canzone: il caso degli Aristogatti

Pubblicato il 3 Luglio 2026 alle 14:50 0 Commenti


 


A cura di Silvia Ghiara 


“Tutti quanti voglion fare il jazz.” Bastano poche parole per riconoscere una delle canzoni più celebri della Disney. Molti di noi la conoscono a memoria fin dall’infanzia, ma quasi nessuno si sofferma a pensare al lavoro che si nasconde dietro un adattamento come questo.

Eppure, proprio la canzone degli Aristogatti rappresenta un ottimo esempio di quanto possa essere complesso tradurre un testo destinato a essere cantato. Non si tratta semplicemente di trovare l’equivalente di una parola in un’altra lingua, ma di far convivere significato, musica, ritmo, immagini e naturalezza.


Un gioco di parole che cambia tutto

Il ritornello originale recita Everybody wants to be a cat. La questione è che cat, in inglese, non significa soltanto “gatto”. Nel linguaggio del jazz può indicare anche un jazzista o un appassionato di jazz. In inglese il gioco di parole funziona perfettamente: i protagonisti sono gatti e, allo stesso tempo, sono musicisti jazz.

In italiano questo doppio significato non esiste. È proprio qui che comincia il lavoro dell’adattatore. Quando non è possibile conservare tutto, bisogna scegliere che cosa salvare e come restituire allo spettatore lo stesso effetto che produce l’originale.

Per chi desidera approfondire, è interessante consultare le voci del Merriam-Webster e dell’Oxford English Dictionary, che documentano questo significato di cat con esempi tratti dalla letteratura e dalla storia del jazz.


Tradurre significa scegliere

Quando si adatta una canzone, il significato è soltanto uno degli elementi in gioco. Bisogna rispettare la metrica, la musicalità, il ritmo, la cantabilità, il sincronismo con le immagini e fare in modo che tutto suoni naturale nella lingua di arrivo.

Durante il confronto nato sotto un mio post di Ciak! Si traduce su LinkedIn, una collega ha osservato come la scelta di “jazz” possa essere stata favorita anche da esigenze metriche e fonetiche: una parola tronca, sonora e perfettamente inserita nella struttura musicale del brano.

Su questo aspetto è intervenuto anche Matteo Amandola, ricordando quanto sia complesso far convivere musica, lunghezza delle battute, sincronismo e intenzioni dell’originale. Ha citato, per esempio, un altro passaggio della canzone, A rinky tinky tinky, spiegando come dietro quella breve espressione si nasconda un ulteriore gioco linguistico, reso in italiano con “roba che non s’usa”. Anche in questo caso non viene tradotta ogni singola sfumatura dell’originale, ma se ne ricrea l’effetto complessivo.

È questo il vero obiettivo dell’adattamento: non riprodurre ogni parola, ma restituire allo spettatore un’esperienza il più possibile equivalente.


Il cinema parla anche con le immagini

Nella traduzione audiovisiva, però, il testo non lavora mai da solo. Come ha ricordato Valeria Cervetti nel corso della discussione, esiste un vincolo fondamentale che spesso passa inosservato: il rapporto tra testo e immagine.

Nel caso degli Aristogatti vediamo chiaramente dei gatti che suonano jazz. L’immagine racconta già una parte del significato che in italiano non possiamo esprimere con una sola parola. Questo permette all’adattamento di concentrarsi sulla parola “jazz”, lasciando che sia il video a completare naturalmente il messaggio.

È una delle strategie più interessanti della traduzione audiovisiva: utilizzare tutti i codici comunicativi del film invece di chiedere alle sole parole di fare tutto il lavoro.


Quando il pubblico fa sua una traduzione

Tra i commenti alla discussione è emersa anche una curiosità che ha aperto un confronto interessante. Una collega ha raccontato di essere stata convinta per anni che il ritornello dicesse “Tutti i gatti voglion fare jazz”, una versione che, a pensarci, avrebbe conservato anche il riferimento ai gatti presente nell’originale.

Proprio su questo punto è intervenuta Valeria Cervetti, osservando come la proposta fosse sorprendentemente efficace anche dal punto di vista della metrica. È un esempio che mostra bene quanto sia sottile il lavoro dell’adattatore: a volte possono esistere più soluzioni plausibili, ciascuna capace di valorizzare aspetti diversi dell’originale.

Allo stesso tempo, il fatto che la versione ufficiale sia entrata così profondamente nell’immaginario collettivo dimostra quanto quell’adattamento abbia saputo funzionare. Ancora oggi continuiamo a cantarlo senza avvertire la mancanza del gioco di parole inglese, perché la soluzione italiana riesce comunque a restituire il tono, l’energia e lo spirito della canzone.


I grandi adattamenti sono quelli che non si vedono

Nel corso del confronto sono stati ricordati anche i professionisti che hanno firmato questo straordinario lavoro: Roberto De Leonardis, autore dei dialoghi e dei testi italiani, Ermavilo Carapellucci per la direzione musicale e Mario Maldesi alla direzione del doppiaggio.

A distanza di decenni continuiamo a cantare quelle parole senza percepirle come una traduzione. Ed è forse questo il complimento più grande che si possa fare a chi si occupa di adattamento. Quando il lavoro riesce davvero bene, il pubblico dimentica che qualcuno ha dovuto affrontare giochi di parole, riferimenti culturali, vincoli musicali, immagini, sincronismi e compromessi di ogni tipo.

Rimane soltanto la storia.


Come sempre, aspettiamo nei commenti le vostre domande e le vostre riflessioni.

Se volete vedere il reel da qui tutto è partito, è sulla mia pagina Instagram Piovono Copioni

Infine, per chi desidera approfondire questi temi, a ottobre prenderà il via il nostro Master in traduzione audiovisiva, nato dalla collaborazione tra STL Formazione, Matteo Amandola e Valeria Cervetti. Nel corso parleremo anche delle strategie di adattamento per doppiaggio e sottotitolazione, con numerosi esempi pratici tratti dal mondo dell’audiovisivo. 

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Privacy