“We Got You”: quando tre parole raccontano un brand

Pubblicato il 18 Luglio 2026 alle 13:24 0 Commenti


A cura di Martine Moretti


Ci sono claim pubblicitari che sembrano semplicissimi: tre parole di uso comune, immediate e quasi banali. Poi ci si ferma a riflettere e ci si accorge che adattarle in un’altra lingua è tutt’altro che semplice.

È il caso di We Got You, una delle campagne scelte da Martine Moretti per Transgiochiamo, la rubrica di STL che, ogni due settimane, propone gratuitamente sulla pagina LinkedIn della Scuola un nuovo esercizio di transcreation. I partecipanti sono invitati a mettersi alla prova con un proprio adattamento e a discuterne insieme, in un brainstorming collettivo guidato da Martine.

L’articolo che segue nasce proprio da questo recente appuntamento, e raccoglie gli spunti emersi durante il confronto. Transgiocate con noi?!


Il protagonista è il nuovo deodorante di SheaMoisture. Nei visual compaiono persone sorridenti che mostrano il prodotto, immerse in una palette di colori caldi e delicati. Al centro campeggia il claim, mentre il deodorante resta quasi in secondo piano.

Una scelta precisa: il prodotto non viene raccontato attraverso le sue caratteristiche tecniche, ma come un piccolo gesto quotidiano di cura, capace di far sentire chi lo utilizza più sicuro, sereno e a proprio agio.


Tre parole, moltissime sfumature

A una prima lettura, We Got You potrebbe sembrare facile da adattare. In realtà racchiude una sorprendente quantità di significati. Può comunicare sostegno, protezione, affidabilità, vicinanza, presenza costante. È un’espressione colloquiale che rassicura senza risultare invadente e che riesce a unire il beneficio concreto del prodotto a una promessa più emotiva: ci siamo per te.

La sfida è trovare una soluzione italiana che riesca a condensare tutte queste sfumature con la stessa naturalezza dell’inglese. Sarà possibile?


Tradurre le parole o tradurre l’effetto?

Come spesso accade al Transgiochiamo, la discussione si è spostata subito dalla ricerca della traduzione “giusta” alla domanda più importante: cosa deve provare il pubblico quando legge questo slogan?

Le proposte emerse hanno seguito strade molto diverse, segno di quanto un claim di appena tre parole possa aprire possibilità interpretative differenti.

C’è chi ha scelto di valorizzare il senso di vicinanza con soluzioni come “Qui per te”, “Sempre con te” o “Dalla tua parte”; chi ha preferito enfatizzare la cura e il benessere con proposte come “Una coccola, ogni giorno” o “Fatto per te”; chi ha puntato sull’affidabilità con “Ci pensiamo noi” e chi si è spinto verso soluzioni più creative, come il gioco di parole “La-shea fare a noi”.

Proprio il confronto tra queste idee ha permesso di mettere a fuoco un aspetto fondamentale della transcreation: non basta trovare una frase a effetto, bisogna chiedersi quale parte del messaggio originale scegliamo di conservare e quanto la soluzione che abbiamo trovato sia allineata con i valori del brand e l’obiettivo della campagna.

Commentando la proposta “Ci pensiamo noi”, Martine Moretti ha osservato che il claim sposta molto il focus sull’efficacia del prodotto e sul brand, mentre We Got You racconta soprattutto la relazione tra il brand e il cliente, trasmettendo un senso di presenza, cura e protezione. Per questo ha ritenuto che una proposta come “Qui con te” riesce ad avvicinarsi maggiormente allo spirito della campagna: mantiene il cliente al centro del messaggio e rafforza quella dimensione emotiva che caratterizza tutta la comunicazione di SheaMoisture.

Anche le proposte costruite intorno all’idea della coccola hanno aperto una riflessione interessante. Martine ha apprezzato il tono caldo e accogliente di soluzioni come “Una coccola, ogni giorno”, ma ha fatto notare che, in una campagna di questo tipo, è importante che emerga anche il ruolo del brand e il rapporto con il cliente: il rischio, altrimenti, è di ottenere un risultato piacevole ma troppo generico, che perde parte della promessa comunicativa dell’originale.

Persino le idee più lontane dalla soluzione finale si sono rivelate preziose. Il gioco di parole “La-shea fare a noi”, ad esempio, ha dato lo spunto per riflettere sulla pronuncia del nome del brand, sull’effetto prodotto dal dare del tu o del lei al pubblico e, più in generale, su quanto anche dettagli apparentemente secondari possano influire sull’efficacia di un claim.

In altre parole, il transcreator è un po’ un alchimista che deve trovare la formula perfetta tra efficacia comunicativa, sfera valoriale del brand e obiettivi di marketing.


Il brand conta quanto il claim

Un altro tema molto importante emerso dalla discussione riguarda il contesto in cui nasce la campagna.

Un’interessante riflessione di una collega che lavora nel marketing internazionale ha ricordato come SheaMoisture sia un marchio nato per rispondere alle esigenze di una comunità ben precisa. Di conseguenza, anche una scelta linguistica apparentemente semplice può assumere significati diversi a seconda del contesto culturale in cui verrà recepita.

Da qui è nato un confronto sul claim “Dalla tua parte”. Se da un lato riesce a trasmettere vicinanza e sostegno, dall’altro potrebbe essere interpretato come una presa di posizione, soprattutto per un brand che dialoga con un pubblico specifico e opera in un contesto internazionale particolarmente attento ai temi dell’inclusività.

Nel dibattito è intervenuta anche Eugenia Durante, osservando come una soluzione quale “Sempre con te” permetta di mantenere il rapporto diretto con il cliente senza allontanarsi dall’identità del brand. Martine ha condiviso questa lettura, sottolineando come il ricorso al tu contribuisca a preservare quella dimensione personale ed emotiva che rappresenta il cuore della campagna.

Entrambe hanno riconosciuto che qualcosa dell’originale inevitabilmente si perde, ma anche che questo fa parte del lavoro del transcreator: scegliere quali sfumature preservare e quali sacrificare per ottenere un risultato naturale nella lingua di arrivo.


Il valore del brainstorming

Forse la lezione più interessante emersa da questo Transgiochiamo è che la prima idea raramente è quella definitiva. Le proposte vengono discusse, corrette, messe alla prova. Si valutano il tono di voce, il target, il visual, il posizionamento del brand, lo spazio disponibile nella grafica e perfino la pronuncia di un nome o la scelta di un pronome.

Come ha ricordato più volte Martine nel corso della discussione, il valore del brainstorming nella transcreation sta nell’esplorare possibilità diverse, analizzarne punti di forza e criticità per arrivare, attraverso il confronto, a proposte sempre più solide e consapevoli. Anche un’idea che alla fine verrà scartata può rivelarsi preziosa, perché aiuta a mettere a fuoco il tono di voce del brand, le emozioni da provocare e le aspettative del pubblico.

In sintesi e per concludere, la transcreation è soprattutto questo: un processo di confronto, di verifica e di affinamento continuo, in cui ogni proposta contribuisce a costruire quella successiva finché non si riesce a trovare quella che, più di ogni altra, è in grado di veicolare il messaggio della versione originale.


Come sempre, aspettiamo nei commenti le vostre domande e le vostre riflessioni.

Trovate il post da qui tutto è partito sulla pagina LinkedIn di STL a questo link. Potete aggiungere il vostro punto di vista, confrontarvi con gli altri colleghi e colleghe e contribuire alla conversazione.

VI INTERESSA LA TRANSCREATION? ECCO ALCUNI DEI NOSTRI CORSI REGISTRATI E ALTRI MATERIALI SULL’ARGOMENTO:


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Privacy